Riflessione sul Natale

La contemplazione di Cristo Dio e uomo nella liturgia di Natale

I testi della liturgia di Natale non analizzano il mistero ma lo contemplano con sguardo semplice e sempre nuovo, lo esprimono con quella semplicità che non esclude affatto la varietà e la ricchezza delle immagini e lo fanno in modo lirico e poetico nel quale usano volentieri espressioni figurate, ispirate alla Bibbia.

Così, per affermare la realtà delle due nature del Cristo, la liturgia di Natale si esprime molto frequentemente con un gioco di contrasti antitetici che si ispirano a Isaia, 40, 6-8:

 

Ogni mortale è come l'erba,

Tutta la sua gloria come i fiori del campo!

L'erba si secca, il fiore appassisce,

ma la parola del nostro Dio rimane in eterno.

 

La parola di Dio che rimane in eterno è il Cristo considerate nella sua natura divina, è il Figlio co-eterno al Padre. La natura umana ch’Egli si è assunta è, precisamente come la nostra, soggetta alla morte: ogni carne è simile all'erba è solo fragilità, e passa. Rispetto alla potenza e all'immutabilità di Dio, la condizione umana è meschina e caduca. L'opposizione: Dio-carne, gloria e potenza del Dio Verbo - debolezza e miseria della carne assunta, ritorna in tutte le liturgie di Natale, sia orientali sia occidentali. Perciò l’inno di Lodi inizia: «Il beato creatore del mondo s'è rivestito del corpo dei servi...» dopo qualche strofa così prosegue:

 

Tollerò per letto la paglia;

non disdegnò una mangiatoia.

S'è nutrito di un po' di latte

lui che nutre perfino gli uccelli.

 

            Soprattutto le liturgie orientali ci danno simili espressioni antitetiche. La liturgia bizantina si esprime in questi termini in un canto dei vespri del 26 diciembre:

 

Tu che hai per trono il cielo, riposi in una mangiatoia; tu che gli eserciti degli angeli circondano sei disceso fra pastori per salvare il genere umano. Come narrare questo grande mistero? L'Incorporeo prende un corpo; il Verbo si carica d'una carne, l’Invisibile si manifesta.  

            Fra tutte le liturgie orientali, la liturgia siriaca è forse quella che con più frequenza tocca il contrasto tra la gloria del Verbo Dio e la debolezza, la dolcezza, i bisogni della sua umanità infantile. Ci basti citare una strofa del canto della frazione durante la liturgia: 

Sono passato per Betlemme di Giuda e ho sentito dolcissime arie di ninna nanna. Sono stato preso d'ammirazione: è la voce di Maria che culla il Figlio suo: «0 Signor mio, in me ti sei compiaciuto e io divento tua madre»; chi è il Padre tuo che non ha toccato tua madre? Ordina ai serafini di librarsi in volo a schiere e di acclamarti e di gridarti: «Santo!».

             Come si vede, in tutte le liturgie la contemplazione della Chiesa a Natale si esprime con il gioco di contrasti. Sembrerebbe che l'abisso di umiltà e di bassezza in cui appare il Verbo permetta di cogliere meglio l'abisso insondabile della sua divinità. Dall’altro canto, questa divinità renda più sensibile l'abbassamento e l'umiltà in cui il Figlio diletto ha voluto venire verso di noi.

 

Questa riflessione è stata scritta dal P. Edward McNamarra, L.C., direttore dell'Istituto Sacerdos all'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.